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Lettura della situazione

I tre ambiti, giovani, poveri e lavoro, sui quali la nostra comunità è chiamata, in maniera più urgente, a dare delle risposte, sono legati tra loro perché, sempre più spesso, sono proprio i giovani, senza una formazione umana e professionale solida, a rischiare di cadere in povertà. I giovani e le giovani famiglie in modo particolare, lasciate sole ad inventarsi un futuro in un mondo che sembra ignorarle, tra crisi economiche e dilagante edonismo.

I poveri non sono solo chi non ha sufficienti mezzi economici, ma tutti coloro che mancano di qualcosa, i malati, le persone disabili, gli anziani, i rifugiati. Verso tutti loro la nostra comunità si vuole impegnare, con amore e misericordia, per costruire insieme un mondo più fraterno e solidale. Che non è un’utopia, ma un obiettivo raggiungibile nella misura in cui, come famiglia di Dio, sapremo camminare insieme.

Per dare risposte valide, che non si esauriscano nel giro di una stagione, ci sentiamo chiamati a cercare strade nuove nel mondo del lavoro, per orientare i giovani nella sua ricerca, per accompagnare le famiglie nei momenti di difficoltà, per inventarci opportunità e risposte concrete nei confronti di chiunque ci chieda aiuto.

Nella predisposizione di questo Progetto Pastorale ci siamo lasciati guidare dalle parole del Santo Padre. In primo luogo perché Papa Francesco è una delle poche guide autorevoli di questo nostro tempo, ed in secondo perché proprio i poveri, i giovani ed il lavoro, sono tre ambiti per i quali non cessa mai di spendere parole di attenzione e di incoraggiamento.

Le linee programmatiche tracciate in questo Progetto Pastorale sono delle pagine che aspettano di essere scritte con il contributo di tutti. Diventare sempre più famiglia si può… insieme.

PAPA FRANCESCO E I POVERI

“Ah, come vorrei una Chiesa povera e per i poveri!” diceva il neoeletto Jorge Maria Bergoglio ai giornalisti al termine della spiegazione riguardo alla scelta del suo nome: Francesco! Erano passati soli tre giorni dalla sua elezione avvenuta il 13 marzo 2013, e fin da subito quelle parole risuonarono sui media di tutto il mondo imponendosi come peculiari del magistero di Papa Francesco; una sorta di “manifesto politico”, utilizzando termini più laici, che avrebbe determinato il suo “programma di governo”. Nel corso di questi anni di pontificato, più volte il Santo Padre ha ribadito la necessità di ascoltare il grido dei poveri. Nell’esortazione apostolica Evangelii gaudium Papa Francesco ha scritto parole accorate a riguardo, ribadendo che l’evangelizzazione non può prescindere dalla dimensione sociale:

“Nessuno può esigere da noi che releghiamo la religione alla segreta intimità delle persone, senza alcuna influenza sulla vita sociale e nazionale, senza preoccuparci per la salute delle istituzioni della società civile, senza esprimersi sugli avvenimenti che interessano i cittadini. Chi oserebbe rinchiudere in un tempio e far tacere il messaggio di san Francesco di Assisi e della beata Teresa di Calcutta? Essi non potrebbero accettarlo. Una fede autentica – che non è mai comoda e individualista – implica sempre un profondo desiderio di cambiare il mondo, di trasmettere valori, di lasciare qualcosa di migliore dopo il nostro passaggio sulla terra […] Tutti i cristiani, anche i Pastori, sono chiamati a preoccuparsi della costruzione di un mondo migliore. Di questo si tratta, perché il pensiero sociale della Chiesa è in primo luogo positivo e propositivo, orienta un’azione trasformatrice, e in questo senso non cessa di essere un segno di speranza che sgorga dal cuore pieno d’amore di Gesù Cristo.”

Poco più avanti il Santo Padre punta l’attenzione sulle categorie più deboli della società del nostro tempo soffermandosi sull’inclusione sociale dei poveri e su una distribuzione più equa dei beni:

“Dalla nostra fede in Cristo fattosi povero, e sempre vicino ai poveri e agli esclusi, deriva la preoccupazione per lo sviluppo integrale dei più abbandonati della società. Ogni cristiano e ogni comunità sono chiamati ad essere strumenti di Dio per la liberazione e la promozione dei poveri, in modo che essi possano integrarsi
pienamente nella società; questo suppone che siamo docili e attenti ad ascoltare il grido del povero e soccorrerlo. 

In questo quadro si comprende la richiesta di Gesù ai suoi discepoli: «Voi stessi date loro da mangiare» (Mc 6,37), e ciò implica sia la collaborazione per risolvere le cause strutturali della povertà e per promuovere lo sviluppo integrale dei poveri, sia i gesti più semplici e quotidiani di solidarietà di fronte alle miserie molto concrete che incontriamo. La parola “solidarietà” si è un po’ logorata e a volte la si interpreta male, ma indica molto di più di qualche atto sporadico di generosità. Richiede di creare una nuova mentalità che pensi in termini di comunità, di priorità della vita di tutti rispetto all’appropriazione dei beni da parte di alcuni. La solidarietà è una reazione spontanea di chi riconosce la funzione sociale della proprietà e la destinazione universale dei beni come realtà anteriori alla proprietà privata. […] A volte si tratta di ascoltare il grido di interi popoli, dei popoli più poveri della terra, perché la pace si fonda non solo sul rispetto dei diritti dell’uomo, ma anche su quello dei diritti dei popoli. Abbiamo bisogno di crescere in una solidarietà che deve permettere a tutti i popoli di giungere con le loro forze ad essere artefici del loro destino, così come ciascun essere umano è chiamato a svilupparsi.”

Così come molti santi hanno insegnato al mondo, spogliandosi delle proprie ricchezze e dedicandosi interamente ai più bisognosi, allo stesso modo i poveri sono per Papa Francesco il luogo privilegiato di incontro con Dio:

“Nel cuore di Dio c’è un posto preferenziale per i poveri, tanto che Egli stesso «si fece povero» (2 Cor 8,9). Tutto il cammino della nostra redenzione è segnato dai poveri. Per la Chiesa l’opzione per i poveri è una categoria teologica prima che culturale, sociologica, politica o filosofica. Dio concede loro «la sua prima misericordia». Questa preferenza divina ha delle conseguenze nella vita di fede di tutti i cristiani, chiamati ad avere «gli stessi sentimenti di Gesù» (Fil 2,5). Per questo desidero una Chiesa povera per i poveri. Essi hanno molto da insegnarci. Oltre a partecipare del sensus fidei, con le proprie sofferenze conoscono il Cristo sofferente. È necessario che tutti ci lasciamo evangelizzare da loro. La nuova evangelizzazione è un invito a riconoscere la forza salvifica delle loro esistenze e a porle al centro del cammino della Chiesa. Siamo chiamati a scoprire Cristo in loro, a prestare ad essi la nostra voce nelle loro cause, ma anche ad essere loro amici, ad ascoltarli, a comprenderli e ad accogliere la misteriosa sapienza che Dio vuole comunicarci attraverso di loro.”

Nella nostra cultura, che spesso disprezza i poveri o li esclude, queste parole risuonano come un monito e una provocazione.

“Quante volte al giorno per le strade incontriamo dei poveri, dei bisognosi che ci tendono la mano; li guardiamo, mantenendo forse una certa distanza, magari velocemente diamo qualche moneta, ma forse senza guardare il loro volto, senza incrociare il loro sguardo…”

Papa Francesco ci invita senza timori o pregiudizi ad abbattere ogni barriera che ci separa dai poveri, ci spinge ad andare loro incontro, a guardarli come fratelli che ci tendono la mano, a condividere i loro dolori e le loro ansie.

“La cosa importante non è guardarli da lontano o aiutarli da lontano. No, no! È andare loro incontro. Questo è cristiano! Questo è ciò che insegna Gesù! […] Ognigiorno siamo chiamati tutti a diventare una «carezza di Dio» per quelli che, forse hanno dimenticato le prime carezze, che forse mai nella vita hanno sentito una carezza…”

Il Pontefice si sofferma anche sulle nuove forme di povertà, in particolare sul tema dei migranti, vera e propria sfida del nostro tempo:

“Gesù, l’evangelizzatore per eccellenza è il Vangelo in persona, si identifica specialmente con i più piccoli (cfr Mt 25,40). Questo ci ricorda che tutti noi cristiani siamo chiamati a prenderci cura dei più fragili della terra. Ma nel vigente modello “di successo” e “privatistico”, non sembra abbia senso investire affinché quelli che rimangono indietro, i deboli o i meno dotati possano farsi strada nella vita. È indispensabile prestare attenzione per essere vicini a nuove forme di povertà e di fragilità in cui siamo chiamati a riconoscere Cristo sofferente, anche se questo apparentemente non ci porta vantaggi tangibili e immediati: i senza tetto, i tossicodipendenti, i rifugiati, i popoli indigeni, gli anziani sempre più soli e abbandonati, ecc. I migranti mi pongono una particolare sfida perché sono Pastore di una Chiesa senza frontiere che si sente madre di tutti. Perciò esorto i Paesi ad una generosa apertura, che invece di temere la distruzione dell’identità locale sia capace di creare nuove sintesi culturali. Come sono belle le città che superano la sfiducia malsana e integrano i differenti, e che fanno di tale integrazione un nuovo fattore di sviluppo! Come sono belle le città che, anche nel loro disegno architettonico, sono piene di spazi che collegano, mettono in relazione, favoriscono il riconoscimento dell’altro!”

Concludiamo con le commoventi parole che Papa Francesco ha rivolto ai partecipanti al Giubileo delle persone socialmente escluse chiedendo scusa per tutte quelle volte che i cristiani non riconoscono e mettono al centro i poveri:

“Vi ringrazio di essere venuti a visitarmi. Ringrazio per le testimonianze. E vi chiedo scusa se vi posso aver qualche volta offeso con le mie parole o per non aver detto le cose che avrei dovuto dire. Vi chiedo perdono a nome dei cristiani che non leggono il Vangelo trovando la povertà al centro. Vi chiedo perdone per tutte le volte che noi cristiani davanti a una persona povera o a una situazione di povertà guardiamo dall’altra parte. Scusate. Il vostro perdono per uomini e donne di Chiesa che non vogliono guardarvi o non hanno voluto guardarvi, è acqua benedetta per noi; è pulizia per noi; è aiutarci a tornare a credere che al cuore del Vangelo c’è la povertà come grande messaggio, e che noi – i cattolici, i cristiani, tutti – dobbiamo formare una Chiesa povera per i poveri; e che ogni uomo e donna di qualsiasi religione deve vedere in ogni povero il messaggio di Dio che si avvicina e si fa povero per accompagnarci nella vita.”

ESSERE GIOVANI OGGI

I dati sui giovani che continuano ad essere pubblicati dai media e dagli istituti di ricerca confermano la percezione che tutti noi abbiamo del mondo giovanile: si tratta di un mondo problematico, difficile da interpretare e soprattutto complicato aprire a nuovi orizzonti. Il sospetto che l’Italia non fosse un Paese per giovani c’era venuto, ma
non certo in questi termini. I dati diffusi dalla Commissione Europea a luglio tracciano, infatti, un quadro preoccupante. Il nostro Paese è quello con la più alta media di giovani che non studiano, non lavorano e neanche cercano un impiego. Li chiamano NEET (Not engaged in education, employment or training) ed in Italia sono il 19,9 per cento, contro una media europea dell’11,5. Dati preoccupanti perché il report evidenzia anche le conseguenze che questo comporta: difficoltà ad entrare nel mondo del lavoro, a mettere su famiglia e a trovare una valida copertura pensionistica. Nel 2016, la disoccupazione fra i 15 e i 24 anni è stata al 37,8 per cento, in calo rispetto al 40,3 del 2015, ma comunque la terza in Europa dopo Grecia e Spagna. Quando poi un lavoro si trova, questo e atipico o precario, con una minore copertura previdenziale e pensioni che saranno più basse in rapporto alla remunerazione. C’è da stupirsi se poi i nostri giovani abbiano perso l’ottimismo e vivano non curandosi del domani?

Chi lo fa sceglie altre strade e lo lascia questo Paese. Sempre nel 2016 oltre 106 mila giovani, con alti titoli di studio ed elevati profili professionali, sono andati all’estero a cercare quelle soddisfazioni lavorative che è sempre più difficile raggiungere in Italia.

Un’indagine commissionata da “La Repubblica” ha dimostrato che la parola speranza sta sparendo dal vocabolario dei giovani-adulti, e con quella il futuro dal loro orizzonte temporale. La famiglia, poi, l’istituzione più caratteristica della nostra società, non basta più. “Non perché abbia perduto importanza e significato – scrive Ilvo Diamanti – . Al contrario. È sempre il riferimento obbligato per gli italiani. Un marchio oltre che un centro del nostro sistema. Ma non garantisce più sicurezza nel futuro. È in grado di offrire protezione, ma non proiezione. Tutela, ma non spinta”.

I giovani, insomma, rimangono un capitale inespresso, sia da un punto di vista economico che sociale. “PricewaterhouseCoopers” ha stimato che basterebbe trovare un lavoro a quel giovane su tre che non ce l’ha, per far crescere di 7-9 punti annui il nostro PIL. Eppure teniamo i nostri giovani “in panchina”, castriamo le loro energie vitali in maniera autolesionistica, perché i giovani “sono” il nostro futuro. E se togliamo loro questa speranza, la togliamo anche a noi stessi. Volendo occuparci dei giovani, e del loro rapporto con la fede, è fondamentale addentrarci nei meandri della comunicazione. La Chiesa è nata per comunicare ed i giovani oggi “sono” comunicazione.

Guardare i giovani con gli occhiali sbagliati ci induce nell’errore anche di rappresentarli nella maniera sbagliata. Parliamo dei giovani senza averci mai parlato, senza averli mai guardati negli occhi. Crediamo tutti di essere stati dei giovani migliori, che il nostro tempo sia stato più bello e più ricco di ideali. Parliamo del loro mondo senza conoscerlo, con la presunzione di pensare che quello che andava bene a noi possa andare bene anche a loro. Tanto per rendercene conto, oggi quasi il 60 per cento dei bambini tra i due e i cinque anni gioca con i videogame e sa destreggiarsi con l’iPad, ma magari non sa andare in bicicletta o ha mai giocato con una bambola. Le connessioni cerebrali si sviluppano in modo differente e gli insegnanti trovano sempre maggiori difficoltà ad approcciarsi ai loro studenti, già al tempo delle elementari. Descrivere le nuove generazioni richiede un grande sforzo intellettuale, significa imparare linguaggi nuovi, addentrarsi in un mondo ai più alieno. Significa, anche, recuperare coerenza: basta con quell’ecumenismo giovanile per cui, se una persona muore a 70 anni, è morta giovane, e a 50 anni un uomo è ancora ragazzo. Giovane deriva dal latino “iuvare”, giovare, sono loro che aiutano il mondo e lo rinnovano.

Se gli adulti non evolveranno nelle loro capacità comunicative saranno relegati “in panchina”, non perché non avranno più cose da dire loro, ma perché non sapranno come dirle, saranno condannati a “restare muti”. Diventare preda delle nuove tecnologie rischia di farci cadere in un mondo della comunicazione paradossalmente privo di relazioni, ma non possiamo non imparare a parlare il linguaggio dei nostri figli. I ragazzi nati in questo millennio non hanno mai vissuto senza computer e senza telefonini, vivono di comunicazione, “sono” comunicazione: studiano e chattano, rispondono al telefono e si collegano ad internet, guardano un video e pubblicano un post sui social media, tutto nello stesso momento. Producono contenuti audio e video, condividono immagini per restare sempre “on line”. La comunicazione è veloce, le parole vengono trasformate in simboli, accorciate al limite della comprensibilità, tanto il messaggio deve essere immediato. L’SMS non richiede il tempo della riflessione, basta guardare come mutano i pareri su Twitter, dove la vita di un’idea dura come l’esistenza di una farfalla.

I rischi sono facilmente prevedibili, il moltiplicarsi dei contatti rischia di annacquarli, l’essere sempre esposti al giudizio degli altri porta ad un appiattimento delle proprie convinzioni, la paura di essere esclusi dal gruppo banalizza le prese di posizione. L’essere sempre connessi comporta l’illusione di una profondità di rapporto che, invece, ha bisogno di una comunicazione che sappia andare in profondità. Fatta anche di qualità e non solo di quantità di scambi. Se gli adulti si riconoscono ancora un ruolo di educatori non possono non sentirsi interrogati da tutto questo. I giovani, ed in particolare gli adolescenti, sono per loro natura alla ricerca della propria identità, altro pericolo è, quindi, quello che non se ne formino nessuna, oppure centomila, una per ogni canale di comunicazione o social media.

Comunicare con le nuove generazioni significa, oggi, imparare profondamente il funzionamento dei social. Se venti anni fa, sfogliando un giornale, i ragazzi potevano casualmente “scontrarsi” con una notizia che poteva fargli conoscere una situazione sconosciuta o aprirli a nuove riflessioni, oggi questo non accade più. La maggioranza delle notizie è veicolata dai social (Negli Stati Uniti un americano su tre legge le notizie su Facebook, la maggior parte delle volte perché condivise da amici), ma questi ci “profilano” e ci mandano solo le notizie a cui siamo interessati. Se la Chiesa esiste per comunicare, ed esiste per comunicare la Buona Novella, genitori, insegnanti e catechisti sono chiamati a conoscere il mondo 2.0 dei “nativi digitali”. Questo è molto problematico, come si è visto, ma non presenta solo cattive sorprese, può anche offrire buone possibilità educative. Facebook può rappresentare la possibilità di sperimentarsi un po’ alla volta, mostrando i propri interessi e verificandone il gradimento. Ma come si trasmette la fede ai nativi digitali? Con la modalità che più di altre può far presa su chi vive costantemente stimolato dalle immagini: con l’esempio. Ce l’ha ricordato Papa Francesco di recente. “Oggi, le parole non servono! In questo mondo dell’immagine, tutti hanno il telefonino e le parole non servono … serve l’esempio!”

Una teologa tedesca, la Jutta Burggraf, ha dimostrato che l’80 o il 90% della nostra comunicazione avviene in forma non verbale. Trasmettiamo, cioè, in modo cosciente soltanto una piccola parte dell’informazione, tutto il resto in modo inconscio: attraverso lo sguardo e l’espressione del viso, attraverso le mani e i gesti, la voce e tutto il linguaggio del corpo.

Se vogliamo toccare il cuore degli altri, non è sufficiente sorridere e avere un’apparenza gradevole; dobbiamo prima cambiare il nostro cuore. Tutto questo è di fondamentale importanza per parlare di Dio ai giovani. Per farlo con efficacia occorre avere una chiara identità cristiana. Se il nostro linguaggio sembra incolore è perché non siamo sufficientemente convinti della bellezza della nostra fede. Come cristiani non siamo tenuti ad essere perfetti, ma certamente dobbiamo essere autentici. È questo quello che vogliono i nostri figli, “autenticità”. Altrimenti meglio non iniziare neanche il discorso.

Non basta inserire nei social argomenti religiosi, bisogna essere coerenti con il Vangelo anche quando non si parla apertamente di esso. I social possono essere un’ottima vetrina, l’occasione per tenere bene in vista il “moggio”, ma dobbiamo comunicare idee, giudizi, prese di posizione, in coerenza col Vangelo. Anzi, in questo tempo “infame” siamo chiamati a testimoniare ancora più radicalmente il Vangelo, che prima di essere un libro scritto è un libro stampato sui volti di chi ha visto il Cristo risorto.
Sappiamo tutti che la fede è un incontro con una persona, con Gesù Cristo, e non esiste un protocollo, un libretto delle istruzioni, per comunicare il nostro Dio ai giovani. Gli adulti possono fare due cose, scrive Costanza Miriano – una giornalista e blogger –. “Prima cosa: possono tenere vivo in sé stessi (o cercarlo, se ancora non lo hanno fatto) questo incontro con Gesù. Devono essere belli, invidiabili, degni di ammirazione, devono far vedere che la vita con Dio è bella, allegra, positiva anche nella prova”. Cosa che obiettivamente non tutti siamo capaci di fare, ma che siamo chiamati a testimoniare. “Seconda cosa: possono creare le condizioni perché questo incontro avvenga anche per nostri figli, metterli in contatto con le persone giuste, credibili, affascinanti, perché vedano quanto è bella e pienamente umana e realizzata una persona che incontra Dio”. Per il resto, tanta preghiera – chiude la Miriano – perché “la fede non è un diritto che si conquista, ma un regalo gratuito e sempre immeritato”.

Per la prima volta nella storia, un’intera generazione sta crescendo senza valori morali certi, ci dicono tanti sociologi. Anche negli anni 60 e 70, chi contestava la società e il modello culturale ricevuto dalla generazione precedente, conosceva quei valori, magari li rifiutava ma li aveva conosciuti nella propria famiglia o nell’ambito delle proprie relazioni. Oggi non è più così, o perlomeno è sempre più difficile che questo avvenga. Mai, come in questo momento, gli adolescenti sono stati alla ricerca della loro identità in maniera tanto spasmodica. E noi siamo chiamati ad accompagnarli in questo percorso, giorno per giorno, non scoraggiandoci delle difficoltà e degli insuccessi, ma volendo il loro bene.

I giovani che vivono nel nostro quartiere e che frequentano, o dovrebbero frequentare, la nostra parrocchia non costituiscono un’eccezione a questo quadro. Vivono gli stessi problemi di tutti i giovani italiani nel costruirsi un domani, vivono le stesse difficoltà in famiglia, sono anche loro alla ricerca della propria identità. Il quartiere non è più quell’isola che era fino a qualche decennio fa, quando stretto fra le Mura Aureliane, lo Scalo San Lorenzo e il cimitero del Verano rappresentava una sacca omogenea e quasi impermeabile alle influenze della città.

I cambiamenti sociali che conosciamo ne hanno alterato l’identità, rendendola molto più fluida e indefinibile. Le possibilità di svago che offre San Lorenzo attirano in zona giovani e meno giovani da tutta la città, complicando ulteriormente, nei ragazzi, il difficile processo di costruzione della propria personalità, presentando loro modelli culturali edonistici e disimpegnati.

L’ipotesi avanzata da Bauman di una “Società liquida”, nella quale i poveri – noi possiamo benissimo dire i giovani – tendono a standardizzarsi agli schemi comuni e a vivere di frustrazioni, se incapaci di vivere come vivono gli altri, è un pericolo che attanaglia tutti i nostri ragazzi. Compito di qualunque educatore, oggi più che mai, è di dare fiducia ai giovani, aiutarli nella loro maturazione, responsabilizzarli nelle scelte riguardanti il loro futuro. Papa Francesco ha esortato i ragazzi, a non essere “giovanidivano” e a diventare strumenti per rendere migliore il mondo. In una parola, a essere protagonisti della propria storia, a decidere del proprio futuro. “E in una società che tende a svalutare tutto quello che si eredita dal passato, come per esempio il matrimonio, la vita consacrata e il sacerdozio, bollandoli come forme superate, il Papa invita i giovani a non lasciarsi ingannare: per progettare meglio un futuro di felicità, serve aderire alla chiamata del Signore”.

Come parrocchia vogliamo impegnarci in questo difficile cammino di accompagnamento dei giovani, aiutandoli a “Non farsi anestetizzare l’anima”, come aveva ammonito Papa Francesco al termine della Giornata Mondiale della Gioventù di Cracovia. “Non lasciatevi anestetizzare l’anima – aveva quasi gridato -, ma puntate al traguardo dell’amore bello, che richiede anche la rinuncia, e un no forte al doping del successo a ogni costo e alla droga del pensare solo a sé e ai propri comodi”.

La presenza in quartiere di tanti studenti universitari dovrebbe poi stimolarci ad accogliere e valorizzare le loro conoscenze e competenze. Tanti giovani in arrivo da tanti luoghi differenti sono una ricchezza per la nostra comunità, che ancora non riusciamo ad apprezzare pienamente. Abbiamo, infatti, una grande opportunità di dialogo, confronto, ascolto con chi è chiamato a dare nuovi impulsi al sapere e alla verità. Facilmente potrebbero aprirsi nuove strade per rispondere insieme alle tante sfide che ci troviamo, ogni giorno, davanti: “La lotta per la vita, per lo sviluppo, per la dignità delle persone, per sconfiggere la povertà e per difendere i valori umani”, tanto per riprendere ancora le parole del Santo Padre.

Sono sfide importanti quelle che siamo chiamati ad accettare, ma questo Papa ci sta insegnando che le sfide non devono mai essere temute dalla Chiesa, ma che, al contrario “devono essere viste come opportunità per un rinnovato annuncio del Vangelo a tutti”. Le sfide ci aiutano a far sì che la nostra fede non diventi ideologica, perché “sono segno di una fede viva, di una comunità viva che cerca il suo Signore e tiene gli occhi e il cuore aperti – ha sottolineato papa Francesco nella sua visita pastorale a Milano – Dobbiamo piuttosto temere una fede senza sfide, una fede che si ritiene completa, come se tutto fosse stato detto e realizzato”.

A noi rimboccarci le maniche e continuare a lavorare nella “vigna” del Signore.

GIOVANI, FAMIGLIE E LAVORO

Formare una famiglia è difficile, e anche per questo ci vuole la grazia del sacramento. Lo ha ricordato il Papa durante il pellegrinaggio delle famiglie a piazza San Pietro. E spiegando il senso della fatica della vita quotidiana delle famiglie, ha rilanciato le tre parole «permesso, scusa, grazie»: piccolo segreto di armonia tra coniugi e generazioni nelle famiglie.

Viviamo in un periodo storico dove aleggia la cultura del provvisorio. Provvisorio può essere il matrimonio, per il Papa, infatti, la crisi del matrimonio è perché non si sa cosa è il sacramento, la bellezza del sacramento: non si sa che è indissolubile, non si sa che è per tutta la vita. In un accorato discorso ai fidanzati che si preparano al matrimonio Papa Francesco dà dei consigli alle giovani coppie su come superare la cultura del provvisorio e su come costruire una famiglia che abbia nel matrimonio le sue solide fondamenta: Oggi tutto cambia rapidamente, niente dura a lungo… E questa mentalità porta tanti che si preparano al matrimonio a dire: “stiamo insieme finché dura l’amore”, e poi? Tanti saluti e ci vediamo… E finisce così il matrimonio. Ma cosa intendiamo per “amore”? Solo un sentimento, uno stato psicofisico? Certo, se è questo, non si può costruirci sopra qualcosa di solido. Ma se invece l’amore è una relazione, allora è una realtà che cresce, e possiamo anche dire a modo di esempio che si costruisce come una casa. E la casa si costruisce assieme, non da soli! Costruire qui significa favorire e aiutare la crescita. Cari fidanzati, voi vi state preparando a crescere insieme, a costruire questa casa, per vivere insieme per sempre. Non volete fondarla sulla sabbia dei sentimenti che vanno e vengono, ma sulla roccia dell’amore vero, l’amore che viene da Dio. La famiglia nasce da questo progetto d’amore che vuole crescere come si costruisce una casa che sia luogo di affetto, di aiuto, di speranza, di sostegno. Come l’amore di Dio è stabile e per sempre, così anche l’amore che fonda la famiglia vogliamo che sia stabile e per sempre. Per favore, non dobbiamo lasciarci vincere dalla “cultura del provvisorio”! Questa cultura che oggi ci invade tutti, questa cultura del provvisorio. Questo non va! Dunque come si cura questa paura del “per sempre”? Si cura giorno per giorno affidandosi al Signore Gesù in una vita che diventa un cammino spirituale quotidiano, fatto di passi – passi piccoli, passi di crescita comune – fatto di impegno a diventare donne e uomini maturi nella fede. Perché, cari fidanzati, il “per sempre” non è solo una questione di durata! Un matrimonio non è riuscito solo se dura, ma è importante la sua qualità. Stare insieme e sapersi amare per sempre è la sfida degli sposi cristiani.

Provvisorio può essere il lavoro, poche certezze e tanto affannarsi. In un’intervista, papa Francesco, quando era arcivescovo di Buenos Aires ha sottolineato che la crisi del matrimonio oggi “è molto legata al fatto sociale”. “Ho chiamato, qui in Italia, l’anno scorso, – ha raccontato Bergoglio – un ragazzo che avevo conosciuto tempo fa a Ciampino, e si sposava. L’ho chiamato e gli ho detto: ‘Mi ha detto tua mamma che ti sposerai il prossimo mese. Dove lo farai?’. ‘Ma non sappiamo, perché stiamo cercando la chiesa che sia adatta al vestito della mia ragazza. E poi dobbiamo fare tante cose: le bomboniere, e poi cercare un ristorante che non sia lontano”. Queste sono le preoccupazioni! Un fatto sociale.
Dall’inizio del suo pontificato sono numerosi i discorsi del Santo Padre sulla mancanza del lavoro, soprattutto per i giovani, che impedisce una progettualità a lungo termine, frena le giovani coppie a formare una propria famiglia.
Come ha sottolineato Papa Francesco nella sua visita pastorale a Campobasso incontrando il mondo del lavoro e dell’industria non avere lavoro non è soltanto non avere il necessario per vivere, no. Noi possiamo mangiare tutti i giorni: andiamo alla Caritas, andiamo a questa associazione, andiamo al club, andiamo là e ci danno da mangiare. Ma questo non è il problema. Il problema è non portare il pane a casa: questo è grave, e questo toglie la dignità! La mancanza di lavoro è molto più del venire meno di una sorgente di reddito per poter vivere. Il lavoro è anche questo, ma è molto, molto di più. Lavorando noi diventiamo più persona, la nostra umanità fiorisce, i giovani diventano adulti soltanto lavorando. La Dottrina sociale della Chiesa ha sempre visto il lavoro umano come partecipazione alla creazione che continua ogni giorno, anche grazie alle mani, alla mente e al cuore dei lavoratori. Sulla terra ci
sono poche gioie più grandi di quelle che sperimentano lavorando, come ci sono pochi dolori più grandi dei dolori del lavoro, quando il lavoro sfrutta, schiaccia, umilia, uccide. Il lavoro può fare molto male perché può fare molto bene. Il lavoro è amico dell’uomo e l’uomo è amico del lavoro.
Gli uomini e le donne si nutrono del lavoro: con il lavoro sono “unti di dignità” Nel suo incontro con il mondo del lavoro a Genova nel maggio 2017 Papa Francesco ha sottolinenato ancora una volta come il lavoro sia una priorità cristiana: il mondo del lavoro è una priorità umana. E pertanto, è una priorità cristiana, una priorità nostra, e anche una priorità del Papa. Perché viene da quel primo comando che Dio ha dato ad Adamo: “Va’, fa’ crescere la terra, lavora la terra, dominala”. C’è sempre stata un’amicizia tra la Chiesa e il lavoro, a partire da Gesù lavoratore. Dove c’è un lavoratore, lì c’è l’interesse e lo sguardo d’amore del Signore e della Chiesa.
Proseguendo nel suo discorso il Papa si sofferma poi sull’importanza del patto sociale che ha il lavoro citando anche l’articolo 1 della Costituzione Italiana: attorno al lavoro si edifica l’intero patto sociale. Questo è il nocciolo del problema. Perché quando non si lavora, o si lavora male, si lavora poco o si lavora troppo, è la democrazia che entra in crisi, è tutto il patto sociale. È anche questo il senso dell’articolo 1 della Costituzione
italiana, che è molto bello: “L’Italia è una repubblica democratica, fondata sul lavoro”. In base a questo possiamo dire che togliere il lavoro alla gente o sfruttare la gente con lavoro indegno o malpagato o come sia, è anticostituzionale […] Bisogna allora guardare senza paura, ma con responsabilità, alle trasformazioni tecnologiche dell’economia e della vita e non rassegnarsi all’ideologia che sta prendendo piede ovunque, che immagina un mondo dove solo metà o forse due terzi dei lavoratori lavoreranno, e gli altri saranno mantenuti da un assegno sociale. Dev’essere chiaro che l’obiettivo vero da raggiungere non è il “reddito per tutti”, ma il “lavoro per tutti”!
In ogni sua visita pastorale in zone che vivono quotidianamente il problema del lavoro (come in quello di Cagliari del 2013) Papa Francesco fotografa in maniera precisa e puntuale la situazione, offre la propria vicinanza, cerca di incoraggiare mettendosi in gioco e assumendosi le responsabilità in quanto pastore della Chiesa e conclude sempre con un messaggio di speranza cristiana: la crisi economica ha una dimensione europea e globale; ma la crisi non è solo economica, è anche etica, spirituale e umana. È necessario quindi togliere centralità alla legge del profitto e della rendita e ricollocare al centro la persona e il bene comune. In questo momento, nel nostro sistema economico, nel nostro sistema proposto globalizzato di vita, al centro c’è un idolo che si chiama denaro e questo non va bene! Lottiamo tutti insieme perché al centro, almeno della nostra vita, sia l’uomo e la donna, la famiglia, tutti noi, perché la speranza possa andare avanti… Non lasciatevi rubare la speranza!

Riferimenti:
Visita pastorale a Cagliari. Incontro con il mondo del lavoro. 22 Settembre 2013
Discorso dai fidanzati che si preparano al matrimonio. Piazza San Pietro. 14 febbraio 2014
Visita pastorale alle diocesi di Campobasso-Boiano e Isernia-Venafro. Incontro con il mondo del lavoro
e dell’industria. 5 luglio 2014
Discorso del papa a Villa Nazareth, 18 giugno 2016
Visita pastorale a Genova. Incontro con il mondo del lavoro. 27 maggio 2017.

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